Caporale Flavio e Caronia Rosalia
La periferia non è solo un luogo sulla mappa, ma una condizione dell’abitare. Spesso viene raccontata attraverso i grandi spazi vuoti o il degrado evidente, rischiando di cadere in facili stereotipi. Con questo progetto abbiamo invece voluto camminare fisicamente e visivamente attraverso i dettagli delle case popolari, cercando le tracce concrete di un passaggio: dall’ombra di luoghi chiusi e dimenticati alla luce di uno spazio pubblico che rinasce.
Il percorso inizia osservando le facciate silenziose di un’architettura che sembra essersi chiusa in se stessa. Scendendo verso i sotterranei, la marginalità diventa materia tangibile: lo sguardo sbatte contro le sbarre arrugginite e i vetri rotti di finestre cieche, simboli di una distanza reale dai servizi e da un pieno riconoscimento sociale. In questa oscurità, il senso di isolamento è amplificato da oggetti lasciati a metà, come una sedia abbandonata dietro una grata , o un vecchio portone segnato dal tempo e dall’incuria. È la fotografia di una periferia statica, in attesa di ascolto. Eppure, anche qui, l’abbandono non è mai definitivo: sulle scale dimenticate dal passaggio umano, la vegetazione spontanea inizia silenziosamente a riprendersi i propri spazi, inghiottendo i gradini di cemento.
Questo verde ostinato è la prima spinta verso l’alto. Il racconto visivo si sposta quindi verso l’esterno, seguendo fisicamente la prospettiva di un sottopasso che guida l’occhio verso un rettangolo di cielo azzurro. È il momento della transizione, il desiderio di autodeterminazione che spinge a uscire dal buio. Una volta all’aperto, non si trova subito un traguardo perfetto, ma un cantiere: reti arancioni e ruvidi tondini di ferro. Questa immagine è fondamentale nell’economia del racconto, perché rappresenta lo sforzo fisico e materiale di un quartiere che sta faticosamente cercando di ricostruirsi una dignità. La speranza, qui, non è un concetto astratto, ma un’area di lavoro in costruzione.
Negli ultimi scatti, l’attenzione si stringe su quei dettagli minimi in cui la luce torna finalmente protagonista, portandoci verso il nuovo minuscolo parco. Guardando a terra, si nota come le radici si facciano strada spaccando letteralmente la durezza del suolo, trasformando una frattura nel cemento in un varco vitale. Alzando lo sguardo, un raggio di sole riesce a irrompere con forza persino tra le rigide geometrie di una grata, scaldando la pietra fredda.
Il racconto si chiude su un dettaglio quasi impercettibile ma potentissimo: un piccolo fiore giallo nato spontaneamente in mezzo all’asfalto. È l’apertura finale della storia. È la periferia, che nonostante le cicatrici del passato e la durezza dei suoi materiali, possiede un’energia inarrestabile che smette di essere limite e diventa, finalmente, luce.
