Gioia Bolino, Camilla Spina e Karol Pia Spina
Esistono luoghi che restano ai margini dello sguardo, spazi sospesi in cui la vita sembra rallentare e le cose perdere progressivamente il loro nome.
La marginalità che li caratterizza non è sempre visibile in modo evidente. Vive nei vuoti, nelle assenze, nelle mancate opportunità, ma anche nell’adattamento e nella resistenza. In questi spazi il tempo non scorre: si deposita, si accumula sulle superfici, nei dettagli, nelle cose lasciate a metà. La presenza umana è appena percepibile, simile a un’eco fragile e spesso invisibile, ma mai del tutto assente. Persiste negli oggetti, nei segni sui muri, nei tentativi di abitare e dare senso allo spazio.
La natura, infine, interviene silenziosa e senza fretta: si insinua, copre, trasforma. In questo lento processo, ciò che è stato costruito si intreccia a ciò che cresce, generando nuove forme.
È in questo equilibrio che emerge l’immagine finale: una sedia, sola, appoggiata a un muro, che non attende e non invita. In questo spazio, dove l’abitare si confonde con l’abbandono, l’oggetto più quotidiano diventa segno di un’assenza, traccia di chi c’era o forse di chi non ha mai avuto davvero un posto.
