MATTEO DE PETRIS, Roma, 2000
BIOGRAFIA
Matteo De Petris è un fotografo nato nel 2000 che vive e lavora a Roma, dove porta avanti una ricerca nell’ambito della fotografia di documentazione, concentrandosi sull’idea di corpo: da quello fisico a quello del territorio, intesi come organismi vivi, costantemente plasmati da ciò che li circonda. La sua pratica si fonda su un profondo legame sia con la fotografia analogica sia con la post-produzione digitale, due mondi che non considera in contrapposizione, ma come facce della stessa medaglia. Per lui la gestualità della pratica manuale e l’approccio artigianale alla materia fotografica sono fondamentali tanto quanto l’esplorazione delle tecnologie digitali: se il lavoro manuale impone un tempo lento e una cura del dettaglio che diventano parte del processo creativo, il digitale permette di espandere le possibilità visive dell’immagine. Combinando tecnica, immaginazione e approcci differenti, cerca di dare forma a visioni che vadano oltre il semplice istante dello scatto.
LA STRADA È UN GIARDINO
C’è qualcosa di strano nel nostro modo di attraversare un paesaggio: non lo guardiamo mai davvero. Percorrendo la Via Salaria, antica via consolare che da duemila anni collega Roma all’Adriatico, tutto ciò che cresce ai suoi margini passa inosservato, ridotto a presenza fugace e irrilevante. Eppure è lì, ostinato e silenzioso, che il territorio si racconta con più onestà. La Strada è un Giardino parte da qui. Il progetto nasce da un gesto semplice: fermarsi. Rivolgere l’attenzione ai bordi, a quegli spazi che Gilles Clément chiama “Terzo Paesaggio”: i margini sottratti al controllo umano, i residui dove la pianificazione si interrompe e la natura riprende possesso senza chiedere il permesso. Sono zone dimenticate dalla gestione e dimenticate dallo sguardo, eppure biologicamente ricchissime: è qui che l’indomesticabile trova rifugio, che la biodiversità si esprime senza regole, che il vuoto a bordo strada diventa qualcosa di vivo. La Via Salaria offre un campionario straordinario di questa dinamica: muta radicalmente lungo il suo percorso, dalla periferia romana con i suoi capannoni e le sue piazzole abbandonate, attraverso le campagne e le montagne dell’Appennino, fino alla flora costiera dell’Adriatico, e in ogni sezione la vegetazione ai margini racconta una storia diversa, sempre autonoma, sempre in movimento. Non è decorazione, non è sfondo: come sostiene Stefano Mancuso, le piante sono organismi intelligenti, capaci di percepire e rispondere all’ambiente. Qui lo fanno colonizzando, risanando e ridefinendo le tracce lasciate dall’uomo.
